Denuncia Il capo «Noi boscimani, cacciati come belve nella savana»
Nel Botswana, in Africa meridionale, l'antica tribù è stata deportata perché nella sua riserva si nascondono ricchissimi giacimenti Sfrattati dal governo che fa l'interesse dei mercanti di diamanti
Questa che segue non è una testimonianza sulla tortura nel Medioevo.
E' una testimonianza su fatti accaduti nel giugno scorso in Botswana,
Africa meridionale.
«Mi chiamo Letshwao Nagayame, ho 57 anni, sono il più anziano dei
sette arrestati per aver cacciato nella riserva. Le guardie ci hanno
torturati. Io sono vecchio ormai, ma loro non hanno avuto pietà: mi
hanno ammanettato e appeso per i piedi a una corda tesa tra due pali,
con la testa ciondolante, le gambe per aria e le nocche delle mani
appoggiate sul pavimento di cemento. Le guardie mi schiacciavano i
testicoli e il pene colpendoli con pugni e calci, mentre una mi
spezzava le dita pestandole con le sue grosse scarpe. Io gridavo e
loro mi hanno riempito di benzina dall'ano. Uno dei miei compagni,
Selelo Tshiamo, è stato picchiato duramente al petto, fino a sputare
sangue ed è morto dopo settimane di agonia. Io non ho potuto urinare
per tre giorni, poi ho versato sangue e ora cammino a fatica».
Letshwao Nagayame e i suoi sventurati compagni sono boscimani che
fino al 2002 vivevano con le loro famiglie nella Central Kalahari
Game Reserve, in Botswana, dove si procuravano il cibo cacciando
piccole prede, raccogliendo radici e bevendo acqua nelle pozze.
Furono trasferiti insieme ad altri 7/800 individui delle tribù Gana e
Gwi, e dei loro vicini Bakgalagadi, nel «campo di reinsediamento» di
Kaudwane, fuori dalla riserva. I boscimani parlano di deportazione
in «luoghi di morte», ma il governo sostiene che si spostarono di
loro volontà, attratti da una vita meno primitiva.
Inoltre, dice ancora il governo del Botswana, quando i boscimani
vivevano all'interno della riserva danneggiavano l'ambiente naturale
perché cacciavano antilopi e raccoglievano erbe e tuberi per
mangiare. E proprio per fermare questo «scempio della natura», il
governo fece piantare nella savana una quantità di cartelli con
disegnato un boscimane che tende l'arco, sbarrato da una «X» di
divieto facilmente decifrabile anche da chi non sa leggere; per i più
letterati, una scritta in inglese e in setswana, la lingua ufficiale
del Botswana, avverte: «divieto di caccia e raccolta di piante»; cioè
divieto di mangiare. Il governo - sempre in difesa della natura - ha
fatto anche murare i pozzi e quando le autobotti portano l'acqua alle
pozze per l'abbeverata degli animali, guardie armate impediscono ai
boscimani di bere. Le autorità sostengono che rifornire d'acqua i
boscimani costa troppo: tre euro e mezzo per dissetare una persona
per una settimana. L'Unione Europea e Survival International -
l'organizzazione per la difesa dei diritti dei popoli tribali alla
quale dobbiamo tutte le informazioni contenute in questo articolo -
si sono offerte di finanziare i rifornimenti ma il governo del
Botswana non ha mai risposto. Perché in Botswana si dice che i
boscimani valgono meno dei cani.
I boscimani non amano i «campi di reinsediamento», anche se
teoricamente dovrebbero trovarvi una vita migliore, con cibo, acqua,
cure mediche, scuole e tutti gli altri vantaggi della civiltà. In
realtà, nei lugubri insediamenti perdono ogni identità culturale,
diventano dipendenti dai sussidi governativi e trovano disperazione,
violenze, alcolismo, prostituzione e Aids.
Alla grande deportazione del 2002 sfuggirono solo 35 individui, ai
quali negli ultimi tre anni si sono uniti circa altri 150, scappati
dai campi camminando giorno e notte, nascondendosi tra le erbe,
dormendo in buche nel terreno coperti di sabbia, spremendo un po'
d'acqua dai tuberi, catturando qualche animale per sfamarsi.
Ma sempre guardandosi alle spalle, in fuga, braccati come bestie
dalle guardie armate del parco. Che alla fine li hanno ripresi quasi
tutti e riportati nei campi. Oggi, secondo Survival International
sono meno di una decina i fuggiaschi che si nascondono ancora tra le
sterpaglie della riserva, ma alcuni sono già stati individuati dalle
guardie che li seguono passo passo, impedendo loro di raccogliere
qualcosa da mangiare o da bere. Pena l'arresto basato su un beffardo
rispetto delle regole, che riporta nei campi solo i boscimani che
infrangono il divieto di caccia e raccolta. Le regole sono regole.
«Il governo del Botswana sta perdendo completamente il lume della
ragione - ha dichiarato Rafael Runco, segretario generale di Survival
International -. La breve distanza che separa le azioni governative
dal genocidio si sta assottigliando e da oggi nessuno potrà più
negare che il governo stia tentando di annientare un gruppo etnico».
Ma, mentre nella savana si sta consumando l'ultimo atto di una
tragedia annunciata, i boscimani hanno aperto un altro fronte di
resistenza con il supporto legale di Survival International. Hanno
citato in giudizio il governo accusandolo di avere attuato una vera e
propria deportazione contravvenendo così al cosiddetto comma 14 della
Costituzione che garantisce ai boscimani il diritto di vivere nelle
loro terre ancestrali. Il governo nega, sostenendo che si è trattato
di un trasferimento spontaneo. In tribunale si va avanti tra continui
rinvii mentre in Parlamento il governo lavora a tappe forzate per
l'abolizione del comma 14.
«La deportazione dei boscimani, iniziata già alla fine degli anni
Novanta, è dovuta al fatto che i loro territori nella riserva si sono
rivelati un'immensa miniera di diamanti - spiega Francesca Casella,
responsabile di Survival Italia -. Proprietaria di gran parte di
queste concessioni è una società composta al 50 per cento dalla
famosa De Beers e da una società di cui fanno parte diversi ministri
del governo. Ovviamente gli interessati smentiscono che
l'allontanamento dei boscimani dipenda dai diamanti e fanno notare
che non c'è neppure una miniera aperta. Ma ormai le concessioni
minerarie coprono praticamente tutta la riserva».
«Tutto sembra perduto - ammette Francesca Casella - ma non è così.
Noi ci batteremo fino all'ultimo per salvare questo popolo, anche
invitando al boicottaggio dei diamanti e del turismo in Botswana.
Questo possiamo farlo tutti, i media e i politici dovrebbero far
pressioni su Festus Mogae, presidente del Botswana che proprio in
questi giorni è a Roma. Un diamante è per sempre, ma i boscimani
muoiono».
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17 Octobre 2005 à 06:08 dans
- Italiano (Boscimani)

